Editoriali

Le contrattazioni a Wall Street bloccate per oltre tre ore e Shanghai che crolla del 6%

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Nessun attacco hacker secondo il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest, ma solo un “problema tecnico”. Nello stesso giorno intanto la borsa di Shanghai ha perso quasi il 6%

Lo stop alle contrattazioni è iniziato alle 11.32 ora locale, le 17.32 in Italia, ed è terminato alle 15.10, le 21.10 in Italia. Solo 50 minuti di apertura e di contrattazioni, che hanno visto il Dow Jones e il Nasdaq perdere il primo 1.47 e il secondo 1.75 punti percentuali.

Più tardi, nella giornata di ieri, sono arrivate le prime spiegazioni: “i problemi tecnici che hanno mandato in tilt Wall Street sono dovuti ad un upgrade del software di sistema, introdotto prima dell’apertura delle contrattazioni” scrive IlSole24Ore citando un trader intervistato dal Financial Times.

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Fatto sta che ieri mattina non è stato il solo NYSE a risentire di questi “problemi tecnici”. In contemporanea infatti si è fermato anche il sito del Wall Street Journal (che è ripartito dopo un’ora ma in forma ridotta) mentre in mattinata si era paralizzata la rete informatica della United Airlines (oltre 3500 voli sono rimasti a terra per almeno un’ora). Inoltre sempre secondo IlSole24Ore c’era stato un problema tecnico al NYSE prima dell’apertura, risolto comunque tempestivamente prima del suono della campanella.

Eppure secondo la stampa americana «Non ci sono indicazioni che i problemi ai computer di Nyse e United Continental siano legati», mentre il segretario alla sicurezza nazionale, Jeh Johnson, ha affermato che “i problemi al Nyse e a United Continental non sono apparentemente il risultato di un’azione dolosa”.

Dopo questa prima e doverosa premessa, vorrei esprimere una mia opinione al riguardo, anche perché questo articolo non è nella sezione “Editoriali” per caso.

Va ricordato infatti che prima dei problemi tecnici al Nyse, la borsa di Shanghai stava letteralmente crollando a picco (ieri ha chiuso perdendo il 5,9%). Alla borsa cinese si sono unite anche Tokyo (-3,14%), Shenzhen (-2,94%) e Hong Kong (-5,84%). In tre settimane le borse asiatiche hanno perso oltre il 30%, registrando il peggior calo dall’ottobre 2008 in seguito al fallimento della Lehman Brothers. Anche se, come riportato dal Wsj, “un calo del 30% dopo un’ascesa del 150% non ha niente a che vedere con il “collasso dell’era Lehman” americana”.

Intanto in rete c’è chi va dicendo che secondo alcune fonti interne (trader asiatici e non) le vendite massicce sono arrivate dagli USA. Vero o no, dopo ciò che è successo al Nyse, al Wsj e alla United Airlines, la storiella “dell’asiatico cattivone” (che risponde solo all’americano cattivone, vorrei ricordare) sembra reggere abbastanza bene.

Cosa c’entra tutto questo? A mio avviso c’entra eccome, dato che secondo quanto riportato dal Wsj “il blocco sarebbe motivato da un’anomala ondata di vendite arrivata dalla Cina, che ha mandato in tilt i computer della Borsa”.

Insomma una ritorsione cinese e in genere asiatica non sembrerebbe un’ipotesi campata in aria, anzi.

Se poi invece è stato effettivamente un problema tecnico derivato da upgrade del sistema, come spero vivamente, allora credo che il responsabile di tutto ciò, nonché la persona che ha deciso di effettuare un upgrade durante le contrattazioni, sarà “sospeso dall’incarico” in men che non si dica. Sempre che lo stop non fosse voluto si intende.

Fonte 1 – Fonte 2 – Fonte 3

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