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Inquinamento e diffusione del coronavirus, che relazione c’è?

L’inquinamento e in particolare il Pm10 (particolato) potrebbe agevolare la diffusione dei virus (tra cui il coronavirus)?

Aggiorniamo questo articolo partito con la prima ricerca (più in basso la trovate) in cui veniva confermato il legame tra inquinamento e coronavirus.

Nelle ultime settimane sono arrivate diverse smentite, conferme e altre smentite, prima di Arpav che si dice molto scettica a riguardo e poi del CNR, che sembra invece confermare un possibile legame tra inquinamento e coronavirus, ma con riferimento più che altro agli ambienti interni, mentre ripete che non ci sono evidenze abbastanza forti che provano la diffusione tramite inquinamento in ambienti esterni.

In data 24 aprile un altro studio effettuato da Sima (Società Italiana di Medicina Ambientale), ricercatori dell’Università di Bari, Bologna e Trieste, e dell’ateneo di Napoli Federico II, conferma invece che il coronavirus è trasportato dal particolato atmosferico (PM).

Vi lasciamo inoltre l’articolo dedicato alla correlazione tra aree inquinate e letalità del coronavirus (tesi tra l’altro confermata anche qui sotto dallo studio del CNR): Inquinamento atmosferico e letalità coronavirus: cosa dicono le ricerche.

SIMA: il coronavirus è trasportato dal particolato atmosferico (PM)

La Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima) ha annunciato in uno studio che il coronavirus SARS-Cov-2 è stato ritrovato sul particolato (PM), ossia le polveri sottili.

Questa prima prova apre la possibilità di testare la presenza del virus sul particolato atmosferico delle nostre città nei prossimi mesi come indicatore per rilevare precocemente la ricomparsa del coronavirus e adottare adeguate misure preventive prima dell’inizio di una nuova epidemia. Siamo in stretto contatto con l’Organizzazione Mondiale della Sanità e con la Commissione Europea per condividere i risultati delle nostre analisi. Sono in corso ulteriori studi di conferma di queste prime prove sulla possibilità di considerare il PM come ‘carrier’ di nuclei contenenti goccioline virali, ricerche che dovranno spingersi fino a valutare la vitalità e soprattutto la virulenza del SARS-CoV-2 adesso al particolato. Intanto, la presenza del virus sulle polveri atmosferiche è una preziosa informazione in vista dell’imminente riapertura delle attività sociali, che conferma l’importanza di un utilizzo generalizzato delle mascherine da parte di tutta la popolazione. Se tutti indossiamo le mascherine, la distanza inter-personale di 2 metri è da considerarsi ragionevolmente protettiva permettendo così alle persone di riprendere una vita sociale.Alessandro Miani, presidente della Sima
Questa prima parte della ricerca mirava espressamente a cercare la presenza dell’RNA del SARS-CoV-2 sul particolato atmosferico. Le prime evidenze relative alla presenza del coronavirus sul particolato provengono da analisi eseguite su 34 campioni di PM10 in aria ambiente di siti industriali della provincia di Bergamo, raccolti con due diversi campionatori d’aria per un periodo continuativo di 3 settimane, dal 21 febbraio al 13 marzo.Leonardo Setti, coordinatore del gruppo di ricerca scientifica insieme a Gianluigi De Gennaro e a Miani.

CNR: inquinamento dell’aria influenza diffusione e mortalità del coronavirus?

Il CNR e in particolare i due ricercatori Daniele Contini e Francesca Costabile hanno pubblicato una ricerca (link in fonte) dove viene studiata la correlazione tra inquinamento e diffusione del coronavirus.

Nello studio viene evidenziato che “l’esposizione all’inquinamento può aumentare la vulnerabilità ed hanno effetti dannosi sulla prognosi dei pazienti affetti da COVID-19”.

Tuttavia, “il peso dato dall’inquinamento, rispetto ad altri fattori, è ancora da dimostrare”.

Inoltre lo studio indica una bassa probabilità di diffusione del virus tramite particelle in ambienti esterni e invece un aumento negli ambienti interni, come ospedali o ambienti familiari con persone in quarantena.

Negli ambienti interni il CNR raccomanda in particolare di mitigare il rischio ventilando spesso gli ambienti e igienizzando superfici e sistemi di areazione.

Anche Arpav è molto scettica

L’Azienda Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto ha pubblicato sul proprio sito web un comunicato stampa in cui sottolinea cautela sull’argomento.

“Dal punto di vista di ARPAV, tuttavia, è possibile affermare con chiarezza che, al momento, non esistono studi approvati e condivisi dalla comunità scientifica in grado di dimostrare che la diffusione del Coronavirus sia causata dall’inquinamento da particolato atmosferico”.

“I documenti circolati in questi giorni a sostegno della correlazione tra inquinamento e contagio non sono studi approfonditi, pubblicati e rivisti dalla comunità scientifica, con il principio della “peer review” e secondo i crismi riconosciuti della ricerca, in cui le ipotesi sono sottoposte a plurime verifiche applicando il canone epistemologico della falsificabilità”.

Quel che è certo è che ad oggi non c’è evidenza alcuna di un “legame causa-effetto” tra inquinamento atmosferico e diffusione del virus. Le correlazioni talvolta evidenziate non sono infatti sufficienti ad affermare relazioni di causalità”.

La Pianura Padana è il terreno perfetto per studiare inquinamento e diffusione del coronavirus

Secondo uno studio che analizza i dati delle varie centraline ARPA regionali l’inquinamento potrebbe aver agevolato la diffusione del coronavirus in Pianura Padana.

Questo dicono i dati, che vedono una correlazione tra i superamenti dei limiti di legge per il Pm10 e il numero di persone contagiate da Covid-19.

Lo studio è stato curato da alcuni ricercatori italiani e medici della Società italiana di Medicina Ambientale (Sima).

I dati analizzati (periodo tra il 10 e il 29 febbraio) dai ricercatori e medici sono quelli relativi alle centraline di rilevazione del Pm10 e PM2,5 (delle agenzie regionali ARPA) e al numero di persone contagiate da coronavirus secondo i dati della Protezione Civile al 3 marzo 2020.

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ESA: un’immagine mostra la diminuzione dell’inquinamento in Pianura Padana dopo le misure restrittive

La Pianura Padana è da tempo immemore il cuore pulsante dell’Italia, quello ricco di industrie, arterie stradali e collegamenti intensivi con il resto del mondo.

Questo porta ovviamente a livelli di inquinamento anomali, come infatti siamo abituati a leggere ogni giorno sui vari quotidiani locali delle città del Nord Italia.

Secondo la ricerca il Pm10 avrebbe dato un impulso importante alla diffusione virulenta dell’epidemia di coronavirus.

Le alte concentrazioni di polveri registrate nel mese di febbraio in Pianura padana hanno prodotto un’accelerazione alla diffusione del Covid19. L’effetto è più evidente in quelle province dove ci sono stati i primi focolai.Leonardo Setti, Università di Bologna

Il particolato potrebbe quindi fungere da “trasportatore” per batteri e virus, come il coronavirus.

Più ci sono polveri sottili più si creano autostrade per i contagi. È necessario ridurre al minimo le emissioni.Gianluigi de Gennaro, Università di Bari

E’ noto infatti che il particolato atmosferico sia un vettore di trasporto per molti contaminanti chimici e biologici.

Tra questi troviamo anche i virus, che si “attaccano” (con un processo di coagulazione) al particolato per ore, giorni o settimane. Da notare anche che sarebbero lunghe le distanze che il virus percorrere quando trasportato in questo modo.

L’attuale distanza considerata di sicurezza potrebbe non essere sufficiente.Alessandro Miani, Presidente della Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima)

C’è chi dice no

C’è chi invece sottolinea che non c’è una correlazione scientifica tra inquinamento e diffusione del coronavirus. Come la Società italiana aerosol.

Ad ora non è stato dimostrato alcun effetto di maggiore suscettibilità al contagio al Covid-19 dovuto all’esposizione alle polveri atmosferiche. Si ritiene che la proposta di misure restrittive di contenimento dell’inquinamento sia, allo stato attuale delle conoscenze, ingiustificata. Anche se è indubbio che la riduzione delle emissioni antropiche, se mantenuta per lungo periodo, abbia effetti benefici sulla qualità dell’aria e sul clima e quindi sulla salute generale. La covarianza fra condizioni di scarsa circolazione atmosferica, formazione di aerosol secondario, accumulo di Pm in prossimità del suolo e diffusione del virus non deve, tuttavia, essere scambiata per un rapporto di causa-effetto. Società italiana di aerosol, nota firmata da 70 scienziati di vari enti e istituzioni

C’è invece chi ribadisce una correlazione tra inquinamento e diffusione del coronavirus

La Società italiana di medicina ambientale (Sima) assieme all’Università di Bari (UniBa) e di Bologna (UniBo) rimangono sul loro punto: le evidenze (una correlazione tra la presenza di particolato atmosferico nell’aria e la diffusione del coronavirus in determinate aree del Paese) ci sono e sono scientifiche.

Il position paper che abbiamo pubblicato parte da evidenze scientifiche riportate in numerosi studi di letteratura in merito. Molte ricerche hanno messo in relazione la velocità di diffusione dei contagi virali con le concentrazioni di particolato atmosferico, che può costituire un efficace vettore per il trasporto, la diffusione e la proliferazione delle infezioni virali. Il nostro studio è condotto con metodo scientifico, basandosi su evidenze. La correlazione è presente. Che i virus si diffondano nell’aria trasportati dalle polveri trova riscontro nella letteratura scientifica. Come trova riscontro il fatto che restino attivi per diverse ore. Perciò è importante ribadire che in condizioni di alte concentrazioni di particolato un metro di distanza tra le persone è necessario, ma potrebbe non bastare, sia in ambienti outdoor che indoor. Occorre ridurre le emissioni al minimo e aumentare le distanze tra le persone al massimo, occorre limitare i contatti al minimo in termini di frequenza e numerosità. D’accordo con le Arpa, che dicono che non basta solo fermare le auto, non è solo così che si riduce il Pm10: abbiamo più volte messo in evidenza il ruolo della meteorologia e della necessità di fermare o ridurre anche le altre potenziali sorgenti. Certo lo studio scientifico va completato, la correlazione non significa incontrovertibile causalità.Società italiana di medicina ambientale (Sima), Università di Bari (UniBa) e di Bologna (UniBo)

Fonte: IlSole24OreLaRepubblicaArpavDoes Air Pollution Influence COVID-19 Outbreaks?AGI

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