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Coronavirus e il “passaporto di immunità”: gli anticorpi ci aiuteranno?

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Alcuni Paesi basano le proprie scelte sul “passaporto di immunità” e sviluppo di anticorpi contro il coronavirus, ma l’OMS mette in guardia.

Photo by Vincent Ghilione on Unsplash

Uno dei nodi cruciali per la cosiddetta fase 2 per il coronavirus è anche il “passaporto di immunità”.

Si tratterebbe di una sorta di certificazione che consentirebbe a chi, una volta passata la fase di positività al virus, grazie allo sviluppo degli anticorpi sarebbe più “libero” e tranquillo a uscire di casa.

Alcuni Stati nel mondo stanno infatti basando le scelte di lockdown più o meno restrittivo seguendo questo aspetto.

Ne è un esempio la Svezia, che ha scelto di non optare per alcun lockdown, dicendosi in questo modo anche più pronta per un eventuale seconda ondata di contagi.

Altri ancora ritengono di usare questa sorta di “passaporto di immunità” contro il coronavirus per permettere a chi ne è in possesso di poter tornare subito al lavoro o poter ritornare a viaggiare tranquillamente.

OMS: non c’è alcuna prova di immunità contro una seconda infezione di coronavirus

E’ proprio in seguito a questi interventi da parte di alcuni governi che l’OMS è intervenuto per chiarire che attualmente non c’è alcun riscontro scientifico.

In particolare l’OMS sottolinea che “al momento non ci sono prove che le persone che si sono riprese dal COVID-19 e hanno sviluppato gli anticorpi siano protette da una seconda infezione”.

L’OMS continuerà ovviamente a studiare lo sviluppo della situazione, e sottolinea anche che la maggior parte degli studi hanno evidenziato come le persone che si sono riprese dal COVID-19 abbiano sviluppato gli anticorpi.

Tuttavia, sempre citando l’OMS, “alcune di queste persone hanno livelli molto bassi di anticorpi neutralizzanti nel sangue, suggerendo che l’immunità cellulare può anche essere fondamentale per il recupero”.

Inoltre, “alla data del 24 aprile 2020 “nessuno studio ha valutato se la presenza di anticorpi contro il SARS-CoV-2 conferisca l’immunità alla successiva infezione da questo virus nell’uomo”.

L’OMS sottolinea espressamente che “le persone che presumono di essere immuni a una seconda infezione perché hanno ricevuto un risultato di test positivo possono ignorare i consigli sulla salute pubblica”.

Il motivo di tutto ciò è che, per quanto ne sappiamo sino ad ora, “l’uso di tali certificati (come il cosiddetto “passaporto di immunità”) può aumentare i rischi di una trasmissione continua”.

Lo sviluppo degli anticorpi: come funziona

Riportiamo di seguito la spiegazione dell’OMS sullo sviluppo degli anticorpi. Se preferite leggere la fonte originale in inglese trovate come sempre il link alla fine dell’articolo.

Lo sviluppo dell’immunità a un certo patogeno attraverso l’infezione naturale è un processo articolato in più fasi che si svolge in genere nell’arco di 1-2 settimane.

Il corpo risponde immediatamente a un’infezione virale con una risposta innata non specifica in cui i macrofagi, i neutrofili e le cellule dendritiche rallentano il progresso del virus e possono persino impedire che causi sintomi.

Questa risposta non specifica è seguita da una risposta adattativa in cui il corpo produce anticorpi che si legano specificamente al virus. Questi anticorpi sono proteine ​​chiamate immunoglobuline.

Il corpo produce anche cellule T che riconoscono ed eliminano altre cellule infettate dal virus. Questo si chiama immunità cellulare. (OMS)

Questa risposta adattativa combinata può eliminare il virus dal corpo e, se la risposta è abbastanza forte, può prevenire la progressione a malattia grave o reinfezione da parte dello stesso virus.

Questo processo viene spesso rilevato e misurato attraverso la presenza di anticorpi nel sangue.

In data 30 aprile 2020 uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature ha confermato che il 100% dei pazienti positivi ha prodotto anticorpi entro 19 giorni.

Il problema dei test: falsi positivi e falsi negativi

Secondo l’OMS andrebbe valutata anche l’accuratezza e l’efficacia dei test per gli anticorpi disponibili attualmente.

I test immunodiagnostici imprecisi possono classificare erroneamente le persone in due modi:

  • possono etichettare persone infette come negative
  • possono etichettare come positive persone che in realtà non sono state infettate

C’è inoltre un altro problema: questi test devono saper distinguere tra le infezioni da SARS-CoV-2 (nuovo coronavirus, o COVID-19) e quelle dagli altri sei coronavirus umani.

Infatti, citando l’OMS, quattro di questi sei coronavirus umani sono quelli che “provocano il raffreddore e circolano ampiamente”.

Gli altri due sono invece quelli che provocano la MERS-CoV e la SARS.

Il problema è che “le persone infette da uno di questi virus possono produrre anticorpi che reagiscono in modo incrociato con anticorpi prodotti come risposta all’infezione da SARS-CoV-2”.

Fonte: OMS

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