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Class action contro Ischgl (Austria): diffuso il coronavirus in mezza Europa

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La popolare stazione sciistica dell’Austria potrebbe aver diffuso il coronavirus in mezza Europa a causa di una grave negligenza.

Foto: immagine di repertorio di un concerto a Ischgl, Tirolo, Austria

2500 turisti contagiati dal coronavirus hanno deciso di far causa contro le autorità tirolesi e contro la Repubblica d’Austria.

La motivazione: gravi negligenze sulla gestione dell’epidemia a Ischgl (una popolare stazione sciistica alpina).

Il centro sciistico del Tirolo è diventato uno dei principali focolai dell’infezione in Europa. Il come e il perché lo riporta il Corriere in data 22 marzo 2020. E ve lo riportiamo anche noi per completezza.


Le tappe:

Come il coronavirus si è diffuso dall’Austria (Ischgl) in mezza Europa

Tutto comincia a fine febbraio, quando un Boeing della Iceland Air proveniente da Monaco di Baviera atterra a Reykjavik, con a bordo molti islandesi di ritorno da una settimana bianca a Ischgl.

Essendo l’Islanda a fine febbraio già in emergenza, i cittadini rientrati con il volo furono tutti sottoposti al test e molti risultarono positivi.

Inutile dire che a quel punto fu proprio il governo islandese a dichiarare il Land dell’Austria come area a rischio.

Pochi giorni dopo arrivarono altre notizie, da parte di altri turisti che dopo essere stati in vacanza a Ischgl erano risultati positivi.

Le notizie cominciavano a fare il giro dell’Europa, specialmente quella del Nord.

E’ il 7 marzo infatti che la Norvegia fece il test ad un gruppo di cittadini norvegesi che erano stati in vacanza in Austria nella seconda metà di febbraio.

Un giorno dopo, l’8 marzo, dalla Norvegia arrivava la notizia che nessuno avrebbe voluto sentire: 491 dei 1198 contagiati da coronavirus in Norvegia erano stati a sciare in Tirolo, la maggioranza di loro proprio a Ischgl.

L’Austria ha negato tutto “con cinismo e arroganza” per una settimana

La class action nasce tutta da qui: le autorità tirolesi, come scrive il Corriere (link in fonte), “per oltre una settimana avevano negato tutto con cinismo e arroganza“.

Il direttore sanitario del Land, Franz Katzgraber, aveva pronunciato queste parole: “Dal punto di vista medico non è verosimile che il Tirolo sia stato focolaio di infezione“.

Eppure non è scattato neppure un campanello d’allarme nel Tirolo, nonostante i virologi mettessero in guardia da settimane: la stagione sciistica era più importante.

Nella giornata del 7 marzo anche in Austria hanno cominciato a insospettirsi: nel villaggio c’era un primo caso di coronavirus.

Era un tedesco di 36 anni che lavorava lì come barman al Kitzloch (celebre baita della movida locale).

Solo tre giorni dopo il locale fu chiuso. Nessuna misura fu presa per il resto del villaggio. Le piste continuavano ad essere aperte e gli alberghi anche.

Il 14 marzo arriva un appello da Vienna: chiunque dal 28 febbraio si fosse trovato in Tirolo si sarebbe dovuto mettere in quarantena.

Erano passate oltre due settimane dall’allarme lanciato dall’Islanda. Un tempo enormemente lungo che ha permesso la diffusione a macchia d’olio del coronavirus in diversi paesi europei.

Ma la storia non finisce qui: ebbene sì, il 15 marzo, domenica, gli impianti di Ischgl hanno continuato a funzionare.

Ora il paesino di Ischgl è sigillato, e solo lì si registrano oltre 500 contagi. Il doppio di Vienna. Ischgl ha poco più di 1500 abitanti contro i 2 milioni di Vienna. Non credo servano altri dati o commenti.

Tirolo come terreno di coltura: tutto per “avidità di denaro”

Il Corriere riporta che sono più di mille gli europei infettatisi direttamente nella valle alpina dell’Austria.

La metà dei casi in Norvegia sono tornati tutti dal Tirolo e in particolare da Ischgl, ma anche un terzo di quelli della Danimarca e un sesto di quelli in Svezia.

Impossibile calcolare poi tutti quegli sciatori che non sono tornati in aereo ma in auto, come spesso avviene anche per quanto riguarda le vicine Italia, Germania, Svizzera e Slovenia.

Ci è andato giù pesante il quotidiano tedesco Der Spiegel che ha definito Ischgl come il terreno di coltura.

Non hanno risparmiato critiche pesantissime neppure i media austriaci, tanto che Der Standard, il più autorevole quotidiano austriaco, scrive: “L’avidità di denaro ha sconfitto la responsabilità per la salute delle persone e degli ospiti“.

Der Standard accusa anche il governo tirolese per aver “voluto far cassa con la stagione turistica fino all’ultimo, lasciando aperti impianti, alberghi e locali a dispetto della gravissima evidenza”.

La class action dei 2500

Una settimana fa la procura di Innsbruck apre un fascicolo sulla vicenda, per la verifica di eventuali responsabilità penali.

Qualche giorno dopo la Vsv (Associazione austriaca per la protezione dei consumatori) lancia un appello sul suo sito internet dedicato a chiunque si trovasse in vacanza a Ischgl o in uno dei villaggi vicini a partire dal 5 marzo.

Per coloro di questi fosse stato poi trovato positivo al Coronavirus, ci sarebbe stata la possibilità di “avere il diritto di chiedere un risarcimento danni al Tirolo o all’Austria, a condizione che possa produrre prove di negligenza attraverso relazioni appropriate o in un procedimento penale”.

In poche ore sono arrivate oltre 2500 segnalazioni. A quel punto la Verbraucherschutzverein ha presentato una denuncia collettiva contro il governatore del Tirolo.

Una denuncia che potrebbe costare molto cara al Tirolo. Ben più di quanto ha guadagnato tenendo aperti gli impianti durante quelle due settimane fatali. Per tutta Europa (specialmente del Nord).

Fonte: Corriere

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